Il concetto di giustizia globale ricorre da ormai più di un quarantennio nel dibattito filosofico contemporaneo, almeno sin dalla pubblicazione nel 1972 in «Philosophy & Public Affairs» di Famine, Affluence and Morality di Peter Singer 1. Come noto, la nozione intende fare riferimento a due fatti, che costituiscono la «rozza materia» della giustizia globale: la povertà mondiale e le disuguaglianze globali, specialmente quelle socio-economiche. Altrettanto conosciuto, ma più controverso, è «l’ideale» cui aspirano i globalisti: rinvenire principi morali universali, potenzialmente condivisibili da tutti gli esseri umani, quali fondamento di una giustizia distributiva e riparativa 2 il cui contesto di applicazione non è la società politica, ma il globo intero. Evidente è infine anche la finalità pragmatica delle teorie sulla giustizia globale. Lo scopo è convincere con buone ragioni gli individui (intesi come agenti morali o come cittadini, in special modo se politici di professione) circa la necessità morale e politica di debellare (o quanto meno di attenuare) la povertà assoluta e di ridurre fortemente quella relativa, nonché le più eclatanti disuguaglianze socio-economiche mondiali.

