Di fronte alla pubblicazione di un libro come quello di Giuseppe Cambiano, Come nave in tempesta, si prova un sentimento quasi proustiano di ritrovare tutto il tempo, non perduto ma forse a rischio di dispersione, della riflessione antica sul potere: un serbatoio di idee, di questioni, in qualche modo di modelli, cui non solo si può, ma in qualche modo è doveroso attingere, perché ci troviamo dentro l’audacia di pensieri nati sul campo, quasi interamente provocati dalla novità e dalle ambiguità di un fenomeno politico inedito e controverso quale fu la democrazia.
La concretezza, che è lo stile di Cambiano, permette subito di saggiare la presa di quelle idee su ciò che era materia di osservazione e di esperienza politica per un greco del v-iv secolo e così di capire meglio come sono state costruite categorie di analisi destinate a un uso non imparziale. Sappiamo che l’anonimo autore dell’Athenaion politeia, filo-oligarca del v secolo, come anche Platone e Aristotele nel iv, erano ambiziosi osservatori partecipanti della democrazia ateniese, mentre si cimentavano nella costruzione di teorie del potere; e che il loro sguardo, muovendo da una certa posizione strategica, era orientato a un fine di ingegneria politica. L’analisi di Cambiano cerca appunto di rintracciare il sottofondo di realismo nella teoria, e perciò si muove sempre su due livelli, costringendo il lettore a confrontare continuamente il valore dei costrutti teorici sulla base della loro capacità di interpretare la realtà politica.

